dimanche 8 mars 2009

Il parasaurolofino e la tirannosaura, novella di Cedric Costantino

Il narratore (che poi è il tenore) – C’era una volta un parasaurolofino che si chiamava Parasaurolofo – è vero che i parasaurolofi si chiamavano tutti cosi « Parasaurolofo » perché le loro mamme non avevano molto fantasia e si accontentavano di covare tranquillamente le uova. Communque tutti lo chiamavano Solofo perché cosi è più corto. Dunque il Solofino non pensava a niente, brucava tranquillamente la sua erbetta perché all’epoca c’era l’erbetta, è scientificamente provato ! hanno ritrovato della cacca di dinosauro fossilizzata (cioè transformata in pietra in tutti questi milioni di anni) e analizzandola si sono trovati dei resti di erba ! Via, dato che sono io a interpretare il ruolo del Parasaurolofo – vedete : mi sono travestito col suo muso - mi metterò a brucare stupidamente la mia erbetta, tutto contento, anzi forse tutto spavento…



« Mm… buono, gnam, gnam. Oddio, sento dei passi ! E un tirannosauro, quella bestiaccia carnivore e dentuta, ora mi mangia ! dove fuggirò, scappo ! »



Parasaurolofo se la dava a gambe inseguito da un enorme tirannosauro femmina, ohibò ! l’orribile schifosissima bestia ! Il nostro paffuto erbivoro correva svelto, il suo istinto di gruppo – di gruppo perché questi animali erbivori vivevano in gregge – lo spinse subito a usare la trombetta che portava sulla testa per chiamare i suoi amici.
In effetti il Parasaurolofo ha un naso come quello di un’anatra ma con una grande cavità che continua dietro il cranio e prende la forma di una tromba chiusa in cima.



Adesso provo a toccare la punta del mio cranio con le mie povere braccine di dinosauro per farvi vedere : il suono è molto potente e argentino. Gonfio le guance e lancio il mio grido d’olifante,
Ta-ta-taaaa !


I suoi piccoli amici accorrono immediatamente e a forza di picchiare nella pancia della Tirannosaura, riescono a farla cadere a terra. Le braccia del Parasaurolofo sono piccoline, ma quelle del tirannosauro sono ancora più piccole, proprio piccolissime ! con delle braccine così minuscole è difficile per un tirannosauro rimettersi in piedi. A questo punto la tirannosaura, circondata dai parasaurolofi vittoriosi, cominciò a dire :


« Me tapina ! non ti inseguivo per divorarti ma per abbracciarti , Solofo diletto ! Non sono tirannosaura, ma la tua dolce Parasaurolofa che una volta, mentre si trovava sula spiaggia, si fece mordere da un trilobita magico superstite dell’era devoniana. Questo perfido mollusco viscido, con un sortilegio, mi rinchiuse in questo crudele involucro di carnivoro dai denti aguzzi : ma ti amo ancora, anche con questo aspetto mostruoso!”


A queste parole tutti i ricordi riaffiorano nella debole memoria del Parasaurolofo, la riva del mare, il bagno e il trilobita che mordeva la sua diletta, e lei che sparisce trascinata dalla corrente marina. A questi ricordi, tutta la sua gioia di erbivoro che bruca prese il volo e una pena si installò nel suo cuore : intonò allora il lamento del Parasaurolofo, ma attenzione, non vi aspettate un lamento intelligente, i Parasaurolofi non sono filosòfi…


« Più non ti pensavo,
Soltanto brucavo,
Ma in fondo al mio cuore
Restava un dolore !



Mi mancavi ed io brucavo…

(eco) gli mancava e lui brucava !


Miro i tuoi occhi di tirannosauro
Ma dolci pari a quelli di erbivoro
Sei proprio tu, lo vedo, è vero !


Mi mancavi ed io brucavo…


(eco) brucava !

Lacrimate monti, piangete calamite,
Gemete brachiosauri,
Poiché la mia diletta è dei tirannosauri !

Mi mancavi ed io brucavo…


( eco ) schrumsciutava

Odi della mia trombetta i lamenti :
Insieme non avremo discendenti !
Tirannosaura sei diventata,
Come baciare la tua bocca dentata ?



Dove te ne andavi quando brucavo ?

(eco) dove se ne andava quando schrumsciutava ?

Quanto t’amo,
Dal fondo del mio cuore sale il mio amore :
Bruttisima come sei eppure ti sposerei !

Una volta ritrovata sarà bella la brucata !

(eco) pur con in bocca un rastrello, brucare sarà bello !


Durante il suo lamento, così grande fu il suo sentimento che d’un tratto anche il suo naso cominciò un magico d’amor compianto, e siccome un Parasaurolofo non riesce a pensare a lungo, il suo naso continuò da solo il suo magico canto : ascoltate… come canta il naso, viene dal cuore, perché il cuore riesce ad esprimere quando le parole più non riescono…e mentre cantava, cosa avvenne ? No…vittima del suo cieco amore, non si fece divorare dalla furba tirannosaura, no! tanta costanza fu premiata ! E un miracolo avvenne…piano piano, Tirannosaura ritrovava le sue gracili braccine…un musetto camuso…dei cuscinetti sotto i piedi…un pancino rotondetto..una bella crestolina sulla schiena, una bella trombettina sulla testa…e un’elegante coda ricurva : da tirannosaura era ritornata parasaurolofa.



Subito tutti parasaurolofi saltarono su :

“oh ! ”

Mentre la sua trombetta partiva in una sfilza di semicrome, Parasaurolofo, pazzo di gioia, non la finiva piu’ di baciare quella beltà della principessa sua, poi si celebrarono le nozze danzando, e tutti cantavano sul ritmo della pavana :


“Essere vegetariano
è proprio proprio sano!”

« Ma se un po’ di carne ogni tanto mangeremo
In fondo, non ce ne pentiremo ? »
Esclamò la parasaurolofa – perché in fondo era
Rimasta in lei una piccola traccia di tirannosauro, un po’ come le tracce di arachide e di frutta secca che restano nel cacao lavorato negli stessi recipienti dove si preparano tutti i dolciumi al cioccolato ! è pure scritto sulle etichette : « può contenere tracce di arachide.. »

« buh ! vieni a brucare con noi »
Esclamarono le parasaurolofiglie vedendo questo ritorno di carnivorìa !

« a brucare vieni in fretta,
O Solofa mia diletta,
Una vita ti prometto
Di elegante ruminante ! »
a lei disse lo sposo
Baciandole la mano
Con fare sussiegoso

« Essere vegetariano
è proprio proprio sano »

Morale della favola : gli esseri umani sono onnivori ed è giusto mangiare sia le carote che i conigli, siamo tutti un po’ tirannosauri e parasaurolofi : mangia la minestra, la verdura e la pappa al coniglio e alla carota !


E tutti i parasaurolofi si misero a danzare la pavana per festeggiare il matrimonio. Ed ebbero tanti parasaurolofini che ne ebbero tanti a loro volta e cosi’ fino alla fine del cretaceo :

« Essere vegetariano
è proprio proprio sano »

mercredi 11 avril 2007

Sylvano Bussotti by Luigi Esposito

HOC SIGNUM SCRIBES



Estasiato in pieno!
.....
Librandosi divinamente:
forte attrazione, colpo di fulmine.
D’un tratto,
mordendosi le labbra,
Felici.
Le mani scorrono libere sul “glabro pianoforte”,
(rubato al maestro)
La partitura assente
- non del tutto -
Questi segni!
.....
Congiure, turbini,
sagittale indizio:
tesse la sua ragna Barnaba!


Esistono pochissimi casi, nella storia, paragonabili, per vastità creativa, genio e sensibilità pura, alla figura di Sylvano Bussotti.
Artista di sterminato fare, indomito, alternativo, non seguace di tendenze fluttuanti legate alle istituzioni del sapere; affronta la scena artistica col suo personale gesto che diviene unico ed irripetibile. Prerogativa fondamentale resterà, per Sylvano Bussotti, l’aspetto visivo, morbido, oggettivamente corporale - estetica del bello - che farà da leit-motive all’intera opera creativa.
La sua produzione può essere definita “atlantica”, per maestosità, molteplicità e ricchezza artistica, ma soprattutto per il preziosissimo e copioso contributo storico che essa contiene.

Materiale ampio ed eterogeneo - appunti, disegni, opere pittoriche, musicali, scritti di prosa, di poesia e quant’altro - che invadendo la pubblica scena s’impone maestoso. E risulta difficile e pericoloso avvicinarsi al personaggio Bussotti senza rischiare di cadere nella mitica “fossa dei leoni”, sperando invano di uscire del tutto illesi.
Nel contempo, anche la semplice (azzardando ironia) codificazione dell’opera di Bussotti, diverrebbe operazione troppo complessa, ma sarebbe sostenuta, senza alcun dubbio, dall’affascinante scoperta del “taccuino del suo vissuto”: scrigno di sapienti segreti, documentazioni storiche ed amorevoli effusioni tra le arti più disparate.

La sua opera per musica è di vastissime proporzioni e abbraccia un arco di tempo che va dal 1937 - all’età di sei anni compose Le rondini, per violino solo; e Canzona di Bacco e Arianna, per quattro voci e pianoforte - fino ad oggi, tuttora in fiore. Comprende numerosi brani di opere strumentali, affidati ai più disparati organici, e toccando quasi tutte le forme dell’antologia musicale: musica da camera, pezzi per strumento solista; pezzi per orchestra; e ancora, balletti; opere dedicate alle sole voci, al teatro musicale, al teatro lirico e tantissime altre invenzioni.
Numerosi i suoi scritti - dalla prosa alla poesia, dal testo letterario al libretto d’opera - dove la mobile grafia, che non rinnega tratti fortemente pittorici, refluisce, col secco suono musicale, nel tratto libero del pennello. Anche la sua attività di regista, costumista e scenografo presenta momenti fortemente personali, sapientemente integrati nelle peculiarità della messa in scena dell’opera da rappresentare.

Stilando momentanee conclusioni
Le pagine del “Wort-Ton-Drama” bussottiano permettono una ricognizione ad ampio spettro delle conoscenze di Bussotti e della situazione artistico/culturale, vissuta in pieno. Tanto che risulterebbe imprudente intraprendere qualsiasi studio sul personaggio Bussotti e sulla sfera musicale che va dagli anni ’50 ai giorni nostri senza farvi riferimento.

L’orecchio è muto, la bocca è sorda, ma l’occhio sente e parla!1

Questo detto, - tregenda atavica per gli espressionisti, siccome superba rinascita - ricolmo d’amorevole effusione, si libra in un sonoro epigramma: orecchio, bocca e tutt’organi e sensi sentono e parlano con l’occhio!2

Colpo d’occhio!
Notazione: considerazione, osservazione, rappresentazione, disposizione.
La notazione nel mondo antico non esisteva. Si trattava generalmente di ausili mnemonici; fino ad imbattersi in pitture o pittogrammi egizi o in alcuni papiri risalenti a parecchi secoli fa. Pronunciata - la seguente delle appena citate - neumatica, la scrittura musicale riferiva ai musici cantori un verbo libera-mente indicativo, dove l’esecutore, schiudendo palpebre assennate, agiva sapiente nel “fare cenno”. Si ricorre, poi, all’alfabeto, per decifrarne, precisi, i suoni; fino a toccare le vibranti corde o canne - di antichi liuti e di organi vari - con mirabili intavolature, disegnando volti strumentali, numeri, cifre dialettiche e persino mani, quelle mani che dell’uomo son proprie.
Mensurale dicasi la prossima, con disegni avviati a stampa. Ne delineava, quest’ultima, le durate, credendo di vincere il tempo! (l’umana presunzione fa capolino anche in musica!)
Partorirà, rigoglioso, il pentagramma: notazione moderna, che per oltre tre secoli regnerà indisturbata, nella casta della famiglia occidentale.

Strappo, esplosione, ribellione quasi titanica, camicia di forza, cappio al collo: Il tempo è scaduto!
Ridare quell’antica libertà ai suoni, far cantare (l’ancestrale), librandosi come “uccelli in un cielo di cristallo”. Quest’esigenza primaria (input d’azioni futuriste) fu avvertita in quasi totalità dagli “artefici” del primo dopoguerra.


La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero,
ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.3



Pochi seguiranno la cometa senza distogliere gli occhi dal cielo.
Troppo attratto è l’“umano disfare” dalle vezze accademiche di sapienti profeti. Detti!
D’un tratto tutto rinasce:

Segno che detta suono ma che spiega se stesso anche altrimenti.4

Virtuoso
Nella sua Passion selon Sade, - primissimo capolavoro di teatro musicale, che lo ha reso celebre in tutto il mondo - scrutando la partitura con amorevole attenzione, si svestono pagine di labirintica fattura, come quella dedicata alle luci, - torbida lucidità del Marchese - che inserita in un quadrilatero, “Palazzo di Cnosso”, presenta due fondamentali percorsi apparentemente contrapposti: 1) nel buio; 2) gran luce. S’apre così un fantastico sipario nell’interprete/lettore, e nella parte più recondita dell’animo s’ode la voce d’un officiante recitare: “gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”5.
Proseguendo s’incontra la pagina del “solo” - pentagrammi veicolanti - e ancora del “solo nel solo”. - moto perpetuo - S’ascolta, in questa duplice pagina, seppur in forma allusiva, il grido silente, lancinante, di vettori sonanti che richiamano, in eco, intriganti fonemi dell’opera del Marchese.
Ma una delle immagini più emblematiche della “fatidica impresa” è la rappresentazione di un corpo di donna, nudo, che tesse suoni nelle vibranti corde dell’arpa. “Luci azzurro-oro piovono su Juliette/Justine che s’incorpora nell’arpa floreale”6, scrive Bussotti.
Ebbene, quest’immagine sfìngea, che volentieri rievoca antichi riti rinascimentali (madrigali enigmatici e figurativi), sembra “recitare”, con ardente natura, uno dei passi più significativi dell’opera di de Sade: “Sei la prima donna che abbraccio [...] e in verità lo faccio con tutto il cuore... sei deliziosa, piccola mia; dunque nel tuo spirito è penetrato un raggio di filosofia!”7

La scrittura di Bussotti ha la funzione di guidare l’interprete verso suoni e sonorità ricercatissime, - capricciose difficoltà a volte - ma ha anche la funzione di guidarlo verso l’immagine scenica, rappresentazione, ideale artistico: tutto questo è teatro vivo.

Con innato fervore e magistrale gioco Bussotti riflette tale antefatto in tutta la sua opera, fin dall’inizio. Esempio scolpito lo è stato Passion, e tale artefizio prosegue, nei tempi successivi, in numerose altre composizioni, come Memoria, Lorenzaccio e Torso (primissime opere pienamente destinate alla scena teatrale); e di quest’ultima, che conserva litografie di suggestivo pensiero kandinskijano, faremo scorrere una definizione di Paolo Emilio Carapezza: è una musica che può dirsi “totale”, perché tutte le facoltà musicali vi sono direttamente e pienamente esplicate, di contro a quella “razionale” (prevalentemente d’intelletto) di tradizione germanica, che assorbe completamente in sé, divenendo “musica pura”, il discorso e il dramma, quando non li espugna del tutto. Così “liricità ed espressione” sono in quest’opera di Bussotti addirittura esaltate.8

In queste pagine, come in tant’altre che fiorenti seguiranno, e dove, forse inconsapevolmente, passa anche la traccia di altri artisti (Klimt, Mirò, fino ad esplicate citazioni di Man Ray, Picasso, Jackson Pollock), il segno non ha solo la funzione di celare eventi sonori e comportamenti scenici, ma ha soprattutto la funzione di liberare i suoni da una costrizione dettata dalle sbarre del pentagramma. Questa libera azione degli interpreti è sinonimo di catarsi, conversione: eseguire la musica di Bussotti può addirittura essere simbiosi di “percorso terapeutico” - “effetto del liberare”.
Anche nell’opera letteraria la scrittura di Bussotti non è un semplice strumento. Vi figurano, con precisione, segni ermetici, disposizioni strutturali, codificati in una “geometria” altamente raffinata. Cosicché tale scrittura assume anch’essa la forma ed il carattere di una grande composizione analogica, ed il naturale gioco fonetico che ne nasce diviene elemento significante dell’intero manoscritto.
In “Madrelingua”, una delle opere strumentali (per coro e orchestra) più complesse ed importanti delle produzione bussottiana, - dove il VERBO viene esplicitamente acclamato - la parola citata, scritta, pensata, diviene ideale sonoro; fino a sottolinearne, con chiarezza, la natura dello speculare segno pittografico.
Questo indomabile tratto che affonda l’aratro nell’arida terra di quegli anni insoliti, solcando deciso, - unico gesto infallibile - la rende fertile e rigogliosa: Vox veritas. Scatenando immediate emozioni, induce i musici ed il pubblico (fruitori entrambi di quella vibrante parola) al piacere del bello.

“Agire rinascimentale”, che apre strade incompiute (ma compiute nella loro incompiutezza). Ed è continua rinascita; che richiama in sé una delle prerogative fondamentali della scrittura bussottiana: essere sempre contemporanea, rinnovarsi.

L’unico grande sogno wagneriano: unione delle arti, unica arte, trova dimora - puro integrale - nella magica vanità (autore/interprete) di questo grande artista.
“Wort-Ton-Drama” nella sua integrità, che contrappone al “senso del limite” la ricerca dell’assoluto. Cosicché il pensiero grafico di Bussotti si presenta in una veste carica di religiosità, come permanente dialogo, immediato ed ubicante, con Dio.


In hoc signo vinces

(Maestro di noi tutti!)

Questo tuo sano agire, carico di enfasi ed erotismo, e sconfinato amore - libero segno scrivente in “caotico ordine” - trova amplesso nella tua ultimissima esternazione di felice arcobaleno sonoro: “Silvano Sylvano”.






15 aprile 2003
Luigi Esposito
1 J. W. Goethe, aforisma
2 S. Bussotti, aforisma
3 T. W. Adorno, Minima moralia; tr. it. di R. Solmi
4 S. Bussotti, Disordine alfabetico; ed. Spirali - cit. pag 33
5 Giov., III, 19
6 S. Bussotti, Passion selon Sade; ed. Ricordi - cit. pag. 10
7 D. A. F. de Sade, Le sventure della virtù; tr. it. di Claudio Rendina - cit. pag. 35
8 P. E. Carapezza - La nuova musica dopo la IV settimana di Palermo - cit. pag.46

lundi 26 mars 2007

intrada di Daniele Torelli in Mercurefutur