mercredi 11 avril 2007

Sylvano Bussotti by Luigi Esposito

HOC SIGNUM SCRIBES



Estasiato in pieno!
.....
Librandosi divinamente:
forte attrazione, colpo di fulmine.
D’un tratto,
mordendosi le labbra,
Felici.
Le mani scorrono libere sul “glabro pianoforte”,
(rubato al maestro)
La partitura assente
- non del tutto -
Questi segni!
.....
Congiure, turbini,
sagittale indizio:
tesse la sua ragna Barnaba!


Esistono pochissimi casi, nella storia, paragonabili, per vastità creativa, genio e sensibilità pura, alla figura di Sylvano Bussotti.
Artista di sterminato fare, indomito, alternativo, non seguace di tendenze fluttuanti legate alle istituzioni del sapere; affronta la scena artistica col suo personale gesto che diviene unico ed irripetibile. Prerogativa fondamentale resterà, per Sylvano Bussotti, l’aspetto visivo, morbido, oggettivamente corporale - estetica del bello - che farà da leit-motive all’intera opera creativa.
La sua produzione può essere definita “atlantica”, per maestosità, molteplicità e ricchezza artistica, ma soprattutto per il preziosissimo e copioso contributo storico che essa contiene.

Materiale ampio ed eterogeneo - appunti, disegni, opere pittoriche, musicali, scritti di prosa, di poesia e quant’altro - che invadendo la pubblica scena s’impone maestoso. E risulta difficile e pericoloso avvicinarsi al personaggio Bussotti senza rischiare di cadere nella mitica “fossa dei leoni”, sperando invano di uscire del tutto illesi.
Nel contempo, anche la semplice (azzardando ironia) codificazione dell’opera di Bussotti, diverrebbe operazione troppo complessa, ma sarebbe sostenuta, senza alcun dubbio, dall’affascinante scoperta del “taccuino del suo vissuto”: scrigno di sapienti segreti, documentazioni storiche ed amorevoli effusioni tra le arti più disparate.

La sua opera per musica è di vastissime proporzioni e abbraccia un arco di tempo che va dal 1937 - all’età di sei anni compose Le rondini, per violino solo; e Canzona di Bacco e Arianna, per quattro voci e pianoforte - fino ad oggi, tuttora in fiore. Comprende numerosi brani di opere strumentali, affidati ai più disparati organici, e toccando quasi tutte le forme dell’antologia musicale: musica da camera, pezzi per strumento solista; pezzi per orchestra; e ancora, balletti; opere dedicate alle sole voci, al teatro musicale, al teatro lirico e tantissime altre invenzioni.
Numerosi i suoi scritti - dalla prosa alla poesia, dal testo letterario al libretto d’opera - dove la mobile grafia, che non rinnega tratti fortemente pittorici, refluisce, col secco suono musicale, nel tratto libero del pennello. Anche la sua attività di regista, costumista e scenografo presenta momenti fortemente personali, sapientemente integrati nelle peculiarità della messa in scena dell’opera da rappresentare.

Stilando momentanee conclusioni
Le pagine del “Wort-Ton-Drama” bussottiano permettono una ricognizione ad ampio spettro delle conoscenze di Bussotti e della situazione artistico/culturale, vissuta in pieno. Tanto che risulterebbe imprudente intraprendere qualsiasi studio sul personaggio Bussotti e sulla sfera musicale che va dagli anni ’50 ai giorni nostri senza farvi riferimento.

L’orecchio è muto, la bocca è sorda, ma l’occhio sente e parla!1

Questo detto, - tregenda atavica per gli espressionisti, siccome superba rinascita - ricolmo d’amorevole effusione, si libra in un sonoro epigramma: orecchio, bocca e tutt’organi e sensi sentono e parlano con l’occhio!2

Colpo d’occhio!
Notazione: considerazione, osservazione, rappresentazione, disposizione.
La notazione nel mondo antico non esisteva. Si trattava generalmente di ausili mnemonici; fino ad imbattersi in pitture o pittogrammi egizi o in alcuni papiri risalenti a parecchi secoli fa. Pronunciata - la seguente delle appena citate - neumatica, la scrittura musicale riferiva ai musici cantori un verbo libera-mente indicativo, dove l’esecutore, schiudendo palpebre assennate, agiva sapiente nel “fare cenno”. Si ricorre, poi, all’alfabeto, per decifrarne, precisi, i suoni; fino a toccare le vibranti corde o canne - di antichi liuti e di organi vari - con mirabili intavolature, disegnando volti strumentali, numeri, cifre dialettiche e persino mani, quelle mani che dell’uomo son proprie.
Mensurale dicasi la prossima, con disegni avviati a stampa. Ne delineava, quest’ultima, le durate, credendo di vincere il tempo! (l’umana presunzione fa capolino anche in musica!)
Partorirà, rigoglioso, il pentagramma: notazione moderna, che per oltre tre secoli regnerà indisturbata, nella casta della famiglia occidentale.

Strappo, esplosione, ribellione quasi titanica, camicia di forza, cappio al collo: Il tempo è scaduto!
Ridare quell’antica libertà ai suoni, far cantare (l’ancestrale), librandosi come “uccelli in un cielo di cristallo”. Quest’esigenza primaria (input d’azioni futuriste) fu avvertita in quasi totalità dagli “artefici” del primo dopoguerra.


La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero,
ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.3



Pochi seguiranno la cometa senza distogliere gli occhi dal cielo.
Troppo attratto è l’“umano disfare” dalle vezze accademiche di sapienti profeti. Detti!
D’un tratto tutto rinasce:

Segno che detta suono ma che spiega se stesso anche altrimenti.4

Virtuoso
Nella sua Passion selon Sade, - primissimo capolavoro di teatro musicale, che lo ha reso celebre in tutto il mondo - scrutando la partitura con amorevole attenzione, si svestono pagine di labirintica fattura, come quella dedicata alle luci, - torbida lucidità del Marchese - che inserita in un quadrilatero, “Palazzo di Cnosso”, presenta due fondamentali percorsi apparentemente contrapposti: 1) nel buio; 2) gran luce. S’apre così un fantastico sipario nell’interprete/lettore, e nella parte più recondita dell’animo s’ode la voce d’un officiante recitare: “gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”5.
Proseguendo s’incontra la pagina del “solo” - pentagrammi veicolanti - e ancora del “solo nel solo”. - moto perpetuo - S’ascolta, in questa duplice pagina, seppur in forma allusiva, il grido silente, lancinante, di vettori sonanti che richiamano, in eco, intriganti fonemi dell’opera del Marchese.
Ma una delle immagini più emblematiche della “fatidica impresa” è la rappresentazione di un corpo di donna, nudo, che tesse suoni nelle vibranti corde dell’arpa. “Luci azzurro-oro piovono su Juliette/Justine che s’incorpora nell’arpa floreale”6, scrive Bussotti.
Ebbene, quest’immagine sfìngea, che volentieri rievoca antichi riti rinascimentali (madrigali enigmatici e figurativi), sembra “recitare”, con ardente natura, uno dei passi più significativi dell’opera di de Sade: “Sei la prima donna che abbraccio [...] e in verità lo faccio con tutto il cuore... sei deliziosa, piccola mia; dunque nel tuo spirito è penetrato un raggio di filosofia!”7

La scrittura di Bussotti ha la funzione di guidare l’interprete verso suoni e sonorità ricercatissime, - capricciose difficoltà a volte - ma ha anche la funzione di guidarlo verso l’immagine scenica, rappresentazione, ideale artistico: tutto questo è teatro vivo.

Con innato fervore e magistrale gioco Bussotti riflette tale antefatto in tutta la sua opera, fin dall’inizio. Esempio scolpito lo è stato Passion, e tale artefizio prosegue, nei tempi successivi, in numerose altre composizioni, come Memoria, Lorenzaccio e Torso (primissime opere pienamente destinate alla scena teatrale); e di quest’ultima, che conserva litografie di suggestivo pensiero kandinskijano, faremo scorrere una definizione di Paolo Emilio Carapezza: è una musica che può dirsi “totale”, perché tutte le facoltà musicali vi sono direttamente e pienamente esplicate, di contro a quella “razionale” (prevalentemente d’intelletto) di tradizione germanica, che assorbe completamente in sé, divenendo “musica pura”, il discorso e il dramma, quando non li espugna del tutto. Così “liricità ed espressione” sono in quest’opera di Bussotti addirittura esaltate.8

In queste pagine, come in tant’altre che fiorenti seguiranno, e dove, forse inconsapevolmente, passa anche la traccia di altri artisti (Klimt, Mirò, fino ad esplicate citazioni di Man Ray, Picasso, Jackson Pollock), il segno non ha solo la funzione di celare eventi sonori e comportamenti scenici, ma ha soprattutto la funzione di liberare i suoni da una costrizione dettata dalle sbarre del pentagramma. Questa libera azione degli interpreti è sinonimo di catarsi, conversione: eseguire la musica di Bussotti può addirittura essere simbiosi di “percorso terapeutico” - “effetto del liberare”.
Anche nell’opera letteraria la scrittura di Bussotti non è un semplice strumento. Vi figurano, con precisione, segni ermetici, disposizioni strutturali, codificati in una “geometria” altamente raffinata. Cosicché tale scrittura assume anch’essa la forma ed il carattere di una grande composizione analogica, ed il naturale gioco fonetico che ne nasce diviene elemento significante dell’intero manoscritto.
In “Madrelingua”, una delle opere strumentali (per coro e orchestra) più complesse ed importanti delle produzione bussottiana, - dove il VERBO viene esplicitamente acclamato - la parola citata, scritta, pensata, diviene ideale sonoro; fino a sottolinearne, con chiarezza, la natura dello speculare segno pittografico.
Questo indomabile tratto che affonda l’aratro nell’arida terra di quegli anni insoliti, solcando deciso, - unico gesto infallibile - la rende fertile e rigogliosa: Vox veritas. Scatenando immediate emozioni, induce i musici ed il pubblico (fruitori entrambi di quella vibrante parola) al piacere del bello.

“Agire rinascimentale”, che apre strade incompiute (ma compiute nella loro incompiutezza). Ed è continua rinascita; che richiama in sé una delle prerogative fondamentali della scrittura bussottiana: essere sempre contemporanea, rinnovarsi.

L’unico grande sogno wagneriano: unione delle arti, unica arte, trova dimora - puro integrale - nella magica vanità (autore/interprete) di questo grande artista.
“Wort-Ton-Drama” nella sua integrità, che contrappone al “senso del limite” la ricerca dell’assoluto. Cosicché il pensiero grafico di Bussotti si presenta in una veste carica di religiosità, come permanente dialogo, immediato ed ubicante, con Dio.


In hoc signo vinces

(Maestro di noi tutti!)

Questo tuo sano agire, carico di enfasi ed erotismo, e sconfinato amore - libero segno scrivente in “caotico ordine” - trova amplesso nella tua ultimissima esternazione di felice arcobaleno sonoro: “Silvano Sylvano”.






15 aprile 2003
Luigi Esposito
1 J. W. Goethe, aforisma
2 S. Bussotti, aforisma
3 T. W. Adorno, Minima moralia; tr. it. di R. Solmi
4 S. Bussotti, Disordine alfabetico; ed. Spirali - cit. pag 33
5 Giov., III, 19
6 S. Bussotti, Passion selon Sade; ed. Ricordi - cit. pag. 10
7 D. A. F. de Sade, Le sventure della virtù; tr. it. di Claudio Rendina - cit. pag. 35
8 P. E. Carapezza - La nuova musica dopo la IV settimana di Palermo - cit. pag.46